Lorenzo Admin

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 | Oggetto: La macchina Lun Mag 26, 2008 2:33 pm | |
| Questo, è un breve racconto che ho scritto per un concorso letterario sul futuro lavorativo dei giovani organizzato dalla regione Toscana. Vi consiglio di leggerlo per intero, anche se so che potrebbe risultare stancante. Il titolo è "La macchina".
Compivo appena diciannove anni, quando terminai gli studi delle scuole superiori. Quel giorno, quando la scuola finì, al chiudersi delle porte, tesi lo sguardo di fronte a me: quello, sarebbe stato l’inizio di una vita grandiosa! Certo – pensavo – a quel punto, avrei potuto diventare famoso, e ricco; e magari avrei compiuto, con il mio immenso capitale, magnifiche opere di beneficenza, per essere ricordato nel tempo come un uomo magnanimo! Oppure, avrei potuto diventare un poeta – il più grande! –, e avrei scritto poesie su poesie, svelato il segreto dell’intera umanità! O un avvocato, un musicista, uno scienziato… le porte erano tutte là, ed erano aperte! E una cosa era certa, fin da quando ero bambino: che io fossi il prescelto di qualcuno; se non di un dio, di una qualche altra entità misteriosa cara all’uomo, come il fato, o l’universo. Sentivo che il mondo era nelle mie mani, pronto ad aprirsi al mio passaggio: avrei solo dovuto trovarne la chiave. Ma presto il tempo era passato, e, di tutte quelle cose che mi ero prospettato, ancora non s’era vista l’ombra di nessuna. Perciò, decisi, poiché desideravo cominciare a rendermi un poco autonomo dalla mia famiglia, di iniziare a lavorare, almeno fino a quando non avessi trovato la chiave. Sapevo, tuttavia – poiché da tempo se ne parlava in giro – che non sarebbe stato affatto facile trovare un lavoro. Oramai, era diventato un luogo comune, che il futuro lavorativo dei giovani – per me, però, prossimo – sarebbe stato disastroso. La politica, l’economia, gli immigrati: per la gente, queste erano le cause dello sfacelo! Il governo condanna i giovani!, L’economia va a rotoli!, Gli immigrati ci rubano il lavoro!; erano queste, più o meno, le frasi più ricorrenti, nell’Italia del ventunesimo secolo, e ormai parevano scontate quanto il tramonto alla sera. A tre anni da quella decisione, mi trovavo ancora disoccupato (fu la prima volta che usai il termine “disoccupato”, e, quando scaturì dalla mia bocca, assunse un tono tragico e solenne). Potevo considerare, in un certo qual modo, il momento in cui avevo detto quella parola come un rito di iniziazione al mondo del lavoro, degli uomini. Ma una cosa restava, e nessuna parola poteva cambiarla: non avevo un lavoro, e vivevo ancora nella casa dei miei genitori. E fu proprio in quel periodo che un peso intollerabile cominciò a gravare sulla mia testa, schiacciandomi, levandomi il respiro, affondandomi nel terreno: era l’inaspettata coscienza di essere diventato una fastidiosa zavorra, che la mia famiglia, la società erano costretti a trascinare di malavoglia. Ma, finalmente, la vana ricerca che si era trascinata per tutto quel tempo, trovò lo sbocco, un paio di settimane dopo, nelle parole di un mio vecchio amico sentito per telefono, al quale, casualmente, avevo rivelato la mia situazione. Quello mi propose di andare a fare un colloquio di lavoro presso l’agenzia di web marketing per la quale lui lavorava. Diceva che era l’ultima frontiera del lavoro, una rivoluzione industriale!, quella legata al mondo di internet. Io, però – devo ammetterlo – non avevo nessuna esperienza, in quel campo; e, anzi, sotto certi aspetti, questo addirittura mi ripugnava. Avevo sempre ritenuto gli informatici dei lavativi con la fissa dello schermo, e perciò, a me, che ero il prescelto, quel tipo di lavoro pareva troppo riduttivo. Ma il mio istinto impulsivo prevalse su quelle mie convinzioni, – che in tutta la mia vita non erano mai mutate – poiché tanto forte e ferina era diventata la necessità interiore di lavorare, che quella proposta, per quanto inaspettata, sconosciuta e rischiosa, non mi diede esitazioni nell’accettarla. E, quindi, poco tempo dopo, mi ritrovai a sostenere il colloquio per quel lavoro, quasi senza essermene reso conto (come se la mia vita si fosse oscurata dalla telefonata avuta con il mio amico fino a pochi istanti prima di quel momento, nel quale mille riflettori si erano improvvisamente accesi e puntati su di me, cogliendomi stordito e impreparato); e mi osservavo, come uno spettatore impassibile e spietato, grondare sudore, emozionarmi come un bambino al suo primo giorno di scuola, nell’attesa di entrare nella stanza. Un uomo giovane, sorridente, mi accolse, invitandomi ad accomodarmi; ma il rumore angosciato della cigolante sedia sulla quale sedeva, la luce diffusa del neon, il caldo, il mio sordo stordimento, me lo facevano sembrare uno spietato aguzzino. Certo, non me lo sarei mai aspettato di trovarmi in quella situazione – allo sbando, perso! – dopo quell’ultimo giorno di scuola, in cui tutto sembrava possibile; in cui la terra, il cielo, le acque, si prostravano dinanzi a me, riverenti della mia genialità. La chiave, che fino a poco tempo prima rappresentava la mia speranza, era caduta nel tombino della mia infanzia, presto travolta da una tremenda, precoce maturità. La mia disoccupazione si risolse, quindi, in circa quindici minuti – nei quali io avevo presentato un curriculum falso, convinto che poi avrei studiato da solo le nozioni necessarie per quel lavoro – ottenendo, senza troppi formalismi, un contratto valido per sei mesi. Dunque – non mi pareva vero! – l’agonia era finita; e il gravoso peso che mi affossava finalmente si sollevò, dissolvendosi nell’aria, e lasciando dietro di sé una ventata di aria fresca. Cominciai a lavorare nel mio nuovo impiego una settimana dopo. L’ufficio, che, in realtà, era l’ufficio di un’altra decina di persone, non era così squallido come, in quella settimana, me l’ero figurato; e consisteva in una lunga scrivania lungo la quale lavoravano tutti gli impiegati insieme, con i loro luminosi apparecchi elettronici. Mi avvicinai con passo incerto alla mia postazione; e mi sedetti sulla sedia. Feci un lungo sospiro, solenne. Ed accesi la macchina, che cominciò a ronzare sempre più velocemente, fino a che il suo rumore non si unì quello delle altre. In un attimo fui assorbito dallo schermo, dal ronzio, dal lavoro, in fila ordinata come tutti gli altri. _________________ "Soltanto l'inutilità del primo diluvio trattiene Dio dal mandarne un secondo." Nicolas de Chamfort |
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